LICEO CELIO Le considerazioni di Anna Avezzù, ex docente della stessa scuola, tra storia e fenomeni della Rovigo contemporanea. Un capitale culturale di giovani che esce dal centro e vi rimane un altro edificio-relitto che nel capoluogo abbondano

In arrivo un altro rudere nel cuore della città

Seren automobili affiliazione feb-mar-apr 2017

Alla luce della modalità di chiusura del liceo Celio (LEGGI ARTICOLO) l’ex professoressa Anna Avezzù denuncia la noncuranza e l’indecenza con le quali questa struttura è stata trattata, considerando anche altre motivazioni di tipo etico che hanno portato alla definitiva chiusura del liceo



“Fu all’età di 12 anni e mezzo un primo ottobre che notai il mosaico, con figure dell’antichità greco-romana, che grandeggia all’esterno dell’angolo nord del liceo classico Celio. Con brevi intervalli, quelle immagini sono rimaste nella mia quotidianità fino all’agosto del 2014, quando fui posta in quiescenza. Parlo perciò per un legame affettivo. Questo, tuttavia, non toglie nulla alla consistenza civica della mia riflessione sulla imminente chiusura del Celio.

Guardiamo l’architettura a suo tempo liceo - ginnasio, l’imponente parallelepipedo, anche se alleggerito dalle colonne di marmo del portico sottostante, con la sua linearità ed essenzialità, rinasceva interpretando l’estetica degli anni della ricostruzione post-bellica, con perfetto riscontro delle esigenze funzionali di un edificio scolastico pubblico, e, contemporaneamente, esibendo, anche proprio con quel mosaico, i valori di sobrietà, decoro, laboriosità della tradizione classica antica. 

La topografia: strategica, all’angolo sud della piazza del Duomo cittadino, anche se, per altro, negli anni, mai abbastanza considerata e rispettata per le funzioni pubbliche esercitate; comunque, posizione centrale, rispondente all’esigenza di integrare la popolazione giovanile nell’orizzonte pubblico; una forma di controllo, se si vuole, ma anche la consapevolezza che, di generazione in generazione, vada curato al meglio il passaggio dell’eredità culturale.

La storia: una scuola di studi classici (greco e latino) che, pur senza sfuggire alla sterile quanto ricorrente diatriba sulle due culture, ha formato allievi in grado di eccellere in qualsiasi disciplina, dalle letterarie alle tecnico-scientifiche, esprimendo comunque sempre una solida formazione umanistica. Negli anni della crescita economica, per organizzazione poteva far pensare ad un college: un custode, abitante all’interno, assicurava il buon funzionamento dell’intero edificio; pensato al massimo per due sezioni parallele, la scuola aveva le sue aule speciali, una per scienze, l’altra per fisica, l’aula magna, la palestra, e, addirittura l’ambulatorio medico per il controllo sanitario degli studenti all’inizio di ogni nuovo anno.

Si iniziava l’anno con una messa dell’intera scuola nell’attiguo Duomo, e così lo si finiva, in momenti collegiali sempre arricchiti dall’accompagnamento musicale dello studente di turno; quando ancora non c’erano assemblee d’istituto, si pubblicava un giornalino dove il senso di appartenenza ad una società civile muoveva i primi passi tra serietà e facezie. 

Esigenze di bilancio, insostenibilità delle spese, o, forse, solamente, diverse priorità nelle scelte politiche ed amministrative, alla fine degli anni ’80 fanno temere al liceo classico una chiusura se non è svelto a reinventarsi sotto forma di Liceo Classico e Linguistico; le stesse priorità, nel giro di pochi anni successivi, (pur a fronte di un numero di studenti mai disceso al di sotto delle 450 unità, ed anzi, spesso, in seguito superanti le 500) avrebbero fatto perdere al Liceo Celio anche l’intestazione, facendone un’appendice, priva di Preside, di altro Istituto cittadino. Un processo di marginalizzazione per nulla conseguente al buon livello della formazione che si continuava a produrre all’interno di quelle mura, ampiamente documentabile dagli esiti postscolastici dei suoi diplomati. 

Un processo di marginalizzazione che ha visto l’agglomerarsi del liceo ad altre scuole per nulla conseguente al buon livello della formazione che si continuava a produrre all’interno di quelle mura, ampiamente documentabile dagli esiti postscolastici dei suoi diplomati. Una marginalizzazione frutto, piuttosto, della decadenza progressiva dei valori guida dell’amministrazione pubblica, sempre più assomigliante ad un gruppo d’affari, sempre meno consapevole della sostanza etica del servizio dovuto alla società. Una marginalizzazione i cui simboli negli anni sono stati l’uso come l’inesistente illuminazione nel portico e le profonde buche nella sua pavimentazione prospiciente l’ingresso alla scuola, il crollo mai riparato delle lettere a carattere cubitale dell’intestazione di liceo, e l’installazione di un’impalcatura in permanenza, che, completata dalla fila di cassonetti laterali, sembra chiudere come in un recinto per infetti la popolazione scolastica, che, a dispetto di tutto, ha continuato a crescere e a produrre.

La chiusura definitiva del Celio per il prossimo settembre è una chiusura annunciata. Ritorni di fiamma si sono dati con l’interessamento della Provincia, ampiamente sorretta da fondazioni bancarie, per la costruzione di una bellissima aula conferenze polivalente e, addirittura, di un ascensore; investimenti che, non hanno nemmeno avuto il tempo di essere ammortizzati.

Ma la chiusura è pensata da tempo; perché quella scuola, perché scuola. 

Da una parte, un’amministrazione, costantemente in arretrato rispetto a politiche urbanistiche degne di questo nome, segue il criterio della specificità funzionale degli spazi urbani; quindi, alla funzione scolastica un suo spazio, possibilmente ben periferico, affinché la massa dei giovani disturbi il meno possibile i sempre più fragili equilibri della convivenza urbana. Anziché potenziare trasporti pubblici, anziché garantire specifici spazi di accoglienza – mensa, incontro, gioco – anziché favorire il dialogo tra le diverse componenti della società, con il minor sforzo si adibiscono aree di raccolta (lager?). 

Dall’altra parte, tutti, in silenzio, scontiamo la decadenza progressiva della nostra classe dirigente, sempre più maturata nella logica dell’opportunismo e dell’utilità immediata di natura prevalentemente materiale e particolare, sempre meno dotata di una cultura che le renda comprensibile la dimensione prima di tutto etica della convivenza umana, affetta, oltre tutto, da una malcelata ostilità nei confronti della scuola, luogo per lo più di esperienze, per la maggioranza delle sue componenti, poco gratificanti.

Il Celio, quindi, chiuderà, grazie alle scelte discrezionali di questa classe dirigente, e, naturalmente, per omissione inerte o complice dei cittadini; finalmente, a gruppi sempre più nutriti di ultrasessantenni giulivi, nella loro frequentazione della chiesa attigua, non resterà che rispecchiarsi tra loro. Per qualche anno i topi si impadroniranno di luoghi una volta animati da incontro, discussione, confronto fra diversità. Alla fine, l’impresa del momento, che a torto o a ragione godrà del monopolio del territorio, cercherà di trasformare l’area (magari con quelle limitrofe, per le quali in precedenza progetti simili sono falliti) nell’ennesima realizzazione commerciale, di cui in realtà siamo giunti a saturazione. Nel frattempo, gli sparuti scambi commerciali del centro entreranno ancor più in sofferenza venendo meno la circolazione di 600/700 ragazzi tra Celio e Palazzo Campo (altro edificio centrale tolto alla scuola) e, con la chiusura anche della Questura (cui ben altre priorità hanno, comunque, destinato ben diverso destino) via Donatoni, alle spalle delle torri, andrà ad arricchire la lista dei ruderi per cui Rovigo primeggia". 

Anna Avezzù

16 giugno 2016
CASA DI CURA SANTA MARIA MADDALENA




Correlati: