URBANISTICA ROVIGO Anna Avezzù commenta la scelta dell’ampliamento del centro commerciale La Fattoria ritenendolo inopportuno. “Un non-luogo extraurbano dedito al consumo e al profitto"

Così la città pubblica va in malora 

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Contraria all’ampliamento del centro commerciale La Fattoria Anna Avezzù che ritiene come sia necessario proclamare l’ambizione ad una diversa qualità della dimensione sociale, fondata sul riconoscimento personale, sul rapporto di fiducia, sull’appagamento estetico e intellettivo, che ancora i centri urbani sono in grado di fornire a differenza dei grandi centri dove l’unico scopo è il profitto 



Rovigo - “Grande” Fattoria! Nel senso letterale, forse, non in quello metaforico. Grande semplicemente perché si vorrebbe ingrandirne la superficie. Grandezza se ne vede assai poca nell’uso. Un “Apple Store”: per aumentare i profitti sfuggenti all’imposizione fiscale della Apple in Italia, come non bastassero quelli conseguiti nell’e-commerce, comunque sempre più concorrenziale rispetto ai centri commerciali (in alcuni paesi già in estinzione!), per lo più deludenti per il carattere anonimo della relazione commerciale, la prevalente genericità dell’offerta, il peso nella loro fruibilità, per tempo denaro oppressione psicologica di un ambiente chiuso e artificiosamente monopolizzato dalla vendita. 

Una farmacia: un completamento ragionevole, ferma restando la degenerazione identitaria e funzionale di questi luoghi, la cui azione come presidio sanitario, per altro in aumento, va progressivamente scomparendo dietro l’invasiva, quanto pericolosa, rappresentazione dei farmaci come beni voluttuari, sovraccarichi di attrattive pubblicitarie. Un servizio odontoiatrico: potrebbe liberarsi delle ansie economiche e fisiche che induce, acquisendo un po’ della gratificazione psicologica tipicamente legata al luogo dello scambio commerciale, anche se a ben guardare, potrebbe entrare con esso in concorrenza, considerato anche che servizi simili stanno crescendo come funghi, in misura inversamente proporzionale alle sempre più ridotte possibilità di spesa della maggioranza della gente. 

Ma il meglio arriva con l’area-giochi: 360 mq. Non sono tanti, ma sempre troppi per un impiego del tempo di vita individuale e collettivo orientato a consolidare le facoltà intellettive, aumentando autocontrollo, capacità critica e disponibilità sociale. Qui, suppongo, non stiamo parlando del gioco libero e creativo, stimolo per l’immaginazione e l’emotività, ma di quello condizionante, che altera la percezione della realtà fino al delirio di potenza del povero malcapitato, vittima designata in una cinica logica di profitto di pochi soggetti privati e/o pubblici. 

Mi sbaglio o, proprio in questi giorni, si sta per concludere una nuova normativa per la riduzione dell’offerta di gioco, sia dei volumi, sia dei punti vendita? E, sempre in merito a leggi, non c’è anche quella della Regione Veneto del 9 giugno 2017, n. 14, per il contenimento del consumo di suolo? Ammesso che si utilizzi una superficie già destinata al commercio, si deve considerare, tuttavia, che l’amministrazione ha il compito - cito letteralmente –  di “valutare gli effetti degli interventi di trasformazione urbanistico-edilizia sulla salubrità dell’ambiente, con particolare riferimento alla qualità dell’aria, e sul paesaggio, inteso anche quale elemento identitario delle comunità locali”. 

Proviamo anche solo a pensare ai problemi logistici della viabilità, in entrata e in uscita, nei giorni di punta, solo marginalmente ovviati dalla presenza di mezzi pubblici, che, pensiline nuove a parte, costituiscono un’importante limitazione se confrontati con mezzi privati, e, nei tempi di scorrimento, subiscono gli stessi rallentamenti di questi ultimi. Di quella legge regionale n. 14, per altro, aspetti ancora più interessanti si trovano nell’impegno dell’amministrazione a “incentivare il recupero, il riuso, la riqualificazione e la valorizzazione degli ambiti di urbanizzazione consolidata, favorendo (…) la rigenerazione urbana sostenibile e la riqualificazione edilizia ed ambientale degli edifici”; nonché, a conseguente integrazione, la rivitalizzazione della “città pubblica” con la promozione della “sua atrattività, fruibilità, qualità ambientale ed architettonica, sicurezza e rispondenza ai valori identitari e sociali della comunità locale (…)”. Consiglio vivamente la lettura del testo integrale di questa legge, perché, qualora si continuasse impunemente a costruire “non luoghi” extraurbani per l’incanalamento artificiale e costrittivo di un mercato tanto anonimo quanto generico, bisognerebbe proprio dire con Dante Alighieri: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” (Divina Commedia, Purgatorio, Canto XVI, v. 97) . 

Ma, anziché porsi in volontario esilio, sarà necessario contrapporsi espressamente, in un moto unitario e generalizzato, a questo modello di convivenza, in apparenza trionfante, solo finalizzato al consumo e al profitto; sarà necessario proclamare, con insistenza e senza falsi timori, l’ambizione ad una diversa qualità della dimensione sociale, fondata sul riconoscimento personale, sul rapporto di fiducia, sull’appagamento estetico e intellettivo, che ancora i nostri centri urbani sono in grado di fornire; un modello antico, se si vuole, ma con le opportune rivisitazioni date da un’acuta coscienza dell’ “imbestialimento” cui stiamo andando velocemente incontro ( “Fattoria”, mai nome fu più appropriato! Per il prossimo centro propongo: “Pascolo”, senza cane, e con un solo uomo/pastore, opportunamente dotato di bastone).

Anna Avezzù

11 settembre 2017




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