ROVIGO E I RODIGINI Lettera aperta di Roberto Magaraggia per risvegliare gli animi di “Gente bona, un fia’ rustega, senza pretese, muta, chieta”

Alzare la testa, o fare i servi, costa uguale

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Il sentimento di malessere che porta al suicidio è chiaramente una provocazione della penna del giornalista Roberto Magaraggia. Certo è che, per chi si impegna per senso civico per la città, vedere Rovigo così non può che far stare male. Che le nebbie autunnali non giovino all'umore siamo tutti d'accordo, ma pensare a togliersi la vita è, e deve rimanere, solo ed esclusivamente una iperbole narrativa. Con la dovuta introduzione, ce ne scuserà Roberto, buona lettura



ROVIGO - Se il nostro benessere e felicità, secondo molti studiosi, dipendono in modo rilevante dall’ambiente in cui viviamo, malessere e insoddisfazione, che rappresentano l’altra faccia della medaglia, ne possono altrettanto essere pesantemente influenzati. E, nei casi estremi, portare le persone al suicidio.

Tra pochi giorni arriverà anche l’autunno, portandosi appresso giornate grigie e buie. Rovigo, sempre ultima nelle classifiche che riguardano felicità e prosperità, non ha nulla di cui gloriarsi del secondo posto nel Veneto (che è tra le prime regioni in Italia a percentuale di suicidi) per chi decide di togliersi volontariamente la vita. Diventa quindi rilevante registrare come tanti rodigini, soprattutto giovani, considerino la nostra città negativa, morta, produttrice di malessere. Imbalsamata, purtroppo, dopo cinquanta anni dall’uscita del bel libro di Luciano Caniato “Rovigo Città Inconclusa”. Anzi, mi verrebbe da dire che è peggiorata, rispetto a quel tempo.

Un denominatore comune, invece, esiste ancora: un tempo eravamo servitori sottomessi ai Vescovi-Conti, agli Estensi, ai Padovani, ai Veneziani, ai Francesi, agli Austriaci e ai Sabaudi.
Adesso, di un manipolo di intrallazzatori, ben individuati, che da oltre un ventennio fanno il bello, anzi il cattivo tempo senza trovare ostacoli, sia istituzionali che civili.

Una popolazione, come la nostra, che è abituata a servire, come può, dopo tante genuflessioni, rialzarsi e sfoderare orgoglio, amor proprio? Credo che una cittadinanza così, prona, silenziosa, demotivata, che manda giù di tutto e non reagisce, sia difficile da trovare. Tanto che sui libri siamo descritti come “...popolazione mite e laboriosa, dedita all’agricoltura e alla pesca...”.
D’altronde come potevamo ergerci a cittadini se, fino a pochi anni fa, combattevamo la pellagra, la fame, la miseria e l’analfabetismo?

La nostra carta d’identità l’hanno proiettata, a livello nazionale, film del Neorealismo, di grandi registi, come Visconti, Rossellini, De Sica, dove ai polesani venivano assegnati i ruoli di servi o puttane. Così come i veneti, fotografati magistralmente da Germi, nel suo meraviglioso e ancora attuale film del 1966 , “Signore e Signori”. I rovigoti, sono “...Gente bona, un fia’ rustega... senza pretese, muta, chieta...” , scriveva il poeta Livio Rizzi. Quel che stupisce è che oggi, terzo millennio, tutti abbiano perso la pubblica parola. Non una manifestazione, un sussulto d’orgoglio, di dignità, nemmeno una esternazione con quattro cartelli di protesta dinnanzi a Comune, Provincia ecc.

L’ultimo atto da “intellettuali popolani”, col libretto alzato, risale a più di cinque anni fa, in piazza Vittorio, di fronte all’Accademia dei Concordi (LEGGI ARTICOLO). Fu la scusante per spazzare via anticipatamente il sindaco Piva. Probabilmente non si rendevano conto che, l’estemporanea azione rimasta solitaria, altro non ha fatto che introdurre il motto gattopardesco “… cambiare tutto per non cambiare niente...”.

Rovigotti, ricordatevi che una società in menopausa intellettuale, che non reagisce, che lascia che i giri del motore civico rasentino il minimo, è destinata a spegnersi.
Roberto Magaraggia
Civica Rovigo
4 settembre 2018
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